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Mario Ceroli
dal 16 marzo al 31 maggio 2013
Con questa mostra la Galleria Colossi Arte Contemporanea vuole rendere omaggio al grande archi-scultore abruzzese, come lo definisce Achille Bonito Oliva, Mario Ceroli.
Fin dagli anni Sessanta, l'artista sviluppa una ricerca molto personale che parte da un materiale povero di origine naturale come il legno per ridurre la tridimensionalità del reale alla bidimensionalità di sagome stilizzate che si ripetono stratificandosi una modalità tipica dei processi comunicativi della società di massa. La reiterazione e l'ingrandimento delle immagini potrebbe richiamare la dilatata trasposizione in ambito artistico dell'oggetto di consumo dell'arte Pop di Rosenquist o Oldenburg, conosciuto proprio in quegli anni in Italia attraverso la Biennale del '64. Ceroli procede in modo del tutto diverso, operando secondo un processo analitico e strutturato/strutturante che, creando un nuovo “linguaggio iconico”, tende a rivestire di nuovi significati non soltanto i simboli della società di massa (il Mister e il cavallo in corsa con le chiome svolazzanti dell'Api del 1964), ma anche le immagini mitiche e dense di memoria nella storia della civiltà occidentale come l'uomo di Leonardo.
Attraverso la sagomatura del legno, l'artista estrapola dalla realtà della figurazione classica le sue sagome operando per una loro semplificazione, una loro riduzione ad immagini mentali e rivestendo i segni linguistici (Si + No, 1964) di molteplici significati che si stratificano come “la ripetizione ossessiva di un accadimento iconico” (G. Celant) grazie alla ripetizione modulare di livelli mobili, aperti, dinamici fatti dello stesso materiale caldo: il legno di pino di Russia.
Spesso vengono chiusi in scatole, in un contesto architettonico, costruito secondo una logica empirica e una costruzione razionale e prospettica dello spazio, ispirata alle proporzioni del corpo umano secondo una tradizione che va dalla civiltà rinascimentale all'esperienza geometrico-proporzionale della figura umana, da Vitruvio fino al Modulor di Le Corbusier. Tutto questo viene creato grazie alle aggregazioni e agli innesti del materiale ligneo composto da ruvide assicelle di legno piallate rozzamente e lasciate volutamente sfrangiate come residuo di un processo tecnologico; nelle cornici in cui sono racchiuse le sue ultime opere si istituisce un circuito di nuove relazioni con l'ambiente esterno, uno schema di forze dinamiche che si muovono al suo interno, una nuova realtà formale preordinata dall'artista in forme codificate e standardizzate che stimolano le nostre capacità percettive; a partire dagli anni '60, l'mmagine ritagliata nel legno ha per sfondo una sagoma vuota e Ceroli, giocando con gli spessori dei piani avanzati o arretrati, rovescia il rapporto tra pieno e vuoto creando una nuova realtà formale regolata circolarmente da leggi interne dove fronte e retro dell'oggetto plastico convivono rappresentando due momenti diversi della nostra percezione della cosa. Dietro al minimalismo figurativo delle sagome, ottenuto con un processo di purificazione delle forme della realtà quotidiana, del loro spostamento e della loro condensazione in elementi essenziali, quasi onirici, come vogliono le più recenti modalità di comunicazione, si nasconde la doppia realtà dell'immagine: dritto e rovescio, misura e dismisura, legno assemblato e cernierato.
Nelle opere dalle cornici di legno esposte in questa mostra, l'artista inscena un evento irripetibile, sperimentando anche l'applicazione di materiali diversi come la la foglia oro e il vetro: l'introduzione di “retrorealtà” insospettabili dietro o all'interno di queste forme esemplari che vengono così amplificate al limite tra l'astratto e il figurativo. Ecco che la farfalla si sdoppia in una forma piena e in una vuota con l'inserimento di alcuni profili astratti che si assommano; la farfalla stilizzata ricorda le farfalle realizzate a New York nel 1966, macchine con le ali pieghevoli e il corpo composto da cilindretti scomponibili “mostruose dilatazioni del motivo naturalistico di partenza” (A. C. Quintavalle). Allo stesso modo il cavallo, rivelando una struttura interna fatta di una sovrapposizione di forme che si assemblano come gli ingranaggi di un motore, richiama quelli realizzati per le sconografie del Riccardo III, andato in scena al Teatro Stabile di Torino nel 1968. Ecco che l'interno delle sue opere si anima come un tessuto ambientale organizzato che coglie la sostanza lieve, metafisica delle immagini del reale in una lieve bidimensionalità incisa, scavata, plasmata nel legno, dove le forme rimangono sospese.
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L'arte del rugby
a cura di Alberto Mattia Martini
dal 9 febbraio al 19 marzo 2013
Protagonista dell’evento è il gioco del rugby, con gli importanti e caratterizzanti valori che da sempre lo accompagnano e lo contraddistinguono; uno sport antico, nobile e unico per completezza del gesto atletico in sintonia con la dedizione, la fatica e l’equilibrio tra mente e corpo: una straordinaria armonia tra quantità e qualità.
L’evento espositivo, curato da Alberto Mattia Martini, raccoglie circa una trentina di opere che gli artisti - Guido Airoldi, Thomas Bee, Corrado Bonomi, Dario Brevi, Gianni Cella, Filippo Centenari, Francesco De Molfetta, Silvano De Pietri, Roger Dildo (Federico Tosi), Stefania Fabrizi, Fidia Falaschetti, Stefano Fedolfi, Claudio Filippini, Enzo Fiore, Enzo Forese, Andrea Francolino, Mimmo Iacopino, Marco Lodola, Antonella Mazzoni, Davide Nido, Carlo Pasini, Fabrizio Pozzoli, Simone Racheli, Aldo Spoldi, Marco Sudati, Wainer Vaccari, Vittorio Valente, Wal (Walter Guidobaldi) hanno dedicato al rapporto arte-sport, arte e rugby.
La mostra L’arte del rugby nasce dal desiderio di realizzare un evento che indaghi uno degli sport più impegnativi e duri, nel quale è richiesta grande resistenza fisica, ma è certamente anche lo sport di squadra formativo per eccellenza. Il rugby insegna e tramanda da sempre concetti morali basilari della socialità come il rispetto delle regole e dell’avversario, basandosi su canoni di etica e di comportamento senza eguali in campo sportivo e in campo umano, regole scritte con l'anima. Sono stati quindi coinvolti alcuni importanti artisti del panorama contemporaneo, chiedendo loro di realizzare un’opera, esprimendosi attraverso la propria tecnica e sensibilità e facendosi ispirare dallo “spirito del rugby”.
Per sottolineare l’importante avvenimento culturale, è stato inoltre pubblicato un volume a cura di Alberto Mattia Martini dove saranno pubblicate tutte le opere.
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Gianni Bertini. Macchine del tempo
dal 17 novembre al 17 gennaio 2012
La ricerca di Gianni Bertini si costruisce da sempre intorno ad una sensazione ideale dello spazio che lo porta a ricercare, attraverso l'indagine sul movimento, le prospettive, le traiettorie, le linee e i segni, l'origine genetica di un'energia cosmica ed esistenziale: «Voglio comunicare quelle “emozioni visive” di quei fatti cosmici, siderei, scientifici o meccanici, che mi sembra abbiano ad essere il fulcro essenziale del nostro tempo», scrive l'artista nel 1951, per chiarire l'evoluzione della condizione umana attraverso opere che sono l'espressione di una memoria metastorica, vere e proprie “macchine del tempo”, frutto di un atto creativo che avviene all'interno della fenomenologia del quotidiano.
L'ampia selezione di opere dell'artista toscano che la Galleria Colossi presenta in anteprima in questa mostra ci offre un'inedita panoramica della sua ricerca, unica e indipendente che, pur nutrendosi di un'incredibile varietà di linguaggi, riesce a rielaborarli mantenendo uno stile personale ed inconfondibile: interpreta mezzo secolo di arte con grande coerenza sondando la natura fisica della tela con le sue ricerche astratte sulla linea e il movimento aderendo al MAC (Movimento Arte Concreta) negli anni '50-'51; negli anni '50-'60 inventa un gesto informale estremamente personale ispirato al mondo tecnologico e, negli anni '60-'70, scopre la Mec Art (arte meccanica), utilizzando la tecnica del riporto fotografico su tela emulsionata. Sempre alla ricerca di uno spazio ideale al limite tra l'illusione e la realtà, sa cogliere dal Futurismo lo spirito del movimento nella concezione di uno spazio immaginario che ci trascina verso le fasi primordiali di origine della vita, verso l'abisso della creazione. Bertini aderisce al MAC per esplorare il mondo della linea e del tratto in composizioni astratte dall'aspetto grafico che sembrano espressioni visuali di un codice meccanico, scanditi in moduli elementari dalla contrapposizione punto-linea, positivo-negativo, bianco-nero. Nel 1951 Bertini si accosta all'esperienza informale approcciandosi al Movimento Arte Nucleare con Baj e Dangelo e inventa un suo personale universo astratto, composto da filamenti, macchie e sgocciolature che ricordano esplosioni di magma vulcanico che gli servirà per ricomporre, tra il '53 e il '60 l'apparente anarchia del gesto materico dell'informale ricomposto secondo la sua consueta logica razionalista (Bertini ha conseguito una laurea in matematica nel 1947) dove ogni elemento – prospettive, traettorie, linee e segni – ha una funzione strutturante. Ben presto le coesioni organiche delle sue tele, date dagli addensamenti di materia, si definiscono in forme meccaniche, pezzi di motore, mentre le forme aleatorie costituite dal colore si definiscono e le linee si fanno più nette e precise.
Le opere di Bertini reinterpretano il futurismo meccanico di Balla, Depero e Prampolini con immagini che inneggiano al dinamismo, allo scatto fulmineo dei motori con i loro ingranaggi meccanici e i titoli delle opere accennano alla mitologia per cantare la nuova epica della modernità tecnologica. A partire dall'inizio degli anni '60, scopre la tecnica della Mec Art: l'artista si appropria di immagini ritagliate prodotte e provenienti dallo spirito della società contemporanea e le reinterpreta ammantandole di un'aura onirica, mitica grazie ad una tecnica di trasformazione dell'immagine che assorbe e mostra le tematiche affrontate, della sessualità, dell'erotismo, dello sport, spesso riferendosi all'analogia donna-macchina in una gestualità morbida, inserendo sempre con grande coerenza i tratti informali dei suoi lavori precedenti. Nella logica narrativa delle sue opere il tratto pittorico inconscio si unisce al riferimento esplicito dell'immagine rubata per raccontare un'attualità brulicante di avvenimenti, dalla guerra agli sport di velocità, mediante la rappresentazione di vetture sportive; le sue opere sono “macchine del tempo” che declinano all'infinito i contrasti che da sempre caratterizzano l'umanità, così come l'evoluzione tecnologica, per raccontare una mitologia del quotidiano sa imprimersi nella memoria: la dialettica tra il bene e il male stigmatizzata nell'immagine della donna, Venere inaccessibile e onnipresente, in cui si oppongono bruttezza e fascino, violenza e dolcezza. Le sue opere sanno cogliere l'andamento del “motore dinamico del mondo, l'energia cosmica, la quintessenza reale della vita”, come sosteneva Pierre Restany. La mistificazione della realtà avviene accostando la trasposizione delle immagini ad un gesto spontaneo elaborando una sorta di pittura tecnologica.
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