Max Bi

Animato da un “nomadismo citazionista”, ereditato dalla conoscenza di uno dei maestri della Transavanguardia, Sandro Chia, tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, inizia a sperimentare la commistione di linguaggi e tecniche espressive, estrapolati dalle più disparate correnti artistiche che hanno attraversato la seconda metà del XX secolo, delle quali è un raffinato conoscitore, per giungere alla creazione di una sua personale cifra stilistica.
Nei primi anni 2000, l'artista ricrea, utilizzando con disinvoltura una grande varietà di tecniche e materiali diversi (dall'impressione su tela emulsionata all'assemblage di pannelli di cargo industriali e di faesite) i grafismi calligrafici dei writers, i loro tags, simili a grafemi primordiali, usando lo stencil e la bomboletta spray sulla tela grezza di iuta, ooppure tramite smalti e acrilici alternati ad addensamenti materici di sabbia, quarzite e polvere di alluminio, traendo i suoi spunti figurativi dal panorama iconografico della Pop Art italiana, dalle maschere tribali di Paladino o dal graffitismo alla Basquiat, ma riletti in chiave informale con stesure di carbone e limatura di ferro; nei primi decenni degli anni 2000, il tutto viene inglobato in un denso agglomerato di pennellate nere e bianche stese con veemenza, memori della pittura informale di Vedova, così come degli addensamenti di graffi ed escoriazioni sui muri delle città, ai quali l’artista riesce a conferire una connotazione fortemente materica, reinterpretandola con la tecnica, elaborata tra il 2003 e il 2008, dello strappo della iuta dal preparato di polvere di gesso, marmo e cemento steso sul muro, sul quale dipinge “a fresco”.

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Con la mostra personale I love my tags, svoltasi a Genova, nel 2004, Max Bi manifesta il suo interesse verso  la stratificazione di scritte, solchi, graffi, escoriazioni, segni e graffiti sui muri delle città. Il cemento diviene, così, il supporto ideale, in quanto figlio della civiltà industriale, per riprodurre queste stratigrafie murarie con la tecnica dell'affresco. Nascono, così, i “muri graffiati” o “graffiti murati” di quello che è stato definito, da Luca Bochicchio, nel testo critico che accompagnava la mostra, “espressionismo urbano”. In questa occasione, espone anche un beffardo dito medio alzato in terracotta e un fantoccio creato con lattine, pentole, contenitori di carta, altri oggetti e imballaggi scartati, con i quali arriverà anche a ricreare un crocifisso sul quale campeggia (al posto della scritta I.N.R.I.) un beffardo cartello con la scritta “vietato fumare”. Sempre al 2004, infatti, risale il suo approccio alla scultura, grazie ai soggiorni in Toscana, dove apprende, dal maestro pientino Piero Sbarluzzi, la tecnica di lavorazione della terracotta, circondato da intellettuali come Mario Luzi ed artisti come Emo Formichi ed Enrico Paolucci. Da un'opera scultorea di Sbarluzzi, nasce quella fotografica La Vendemmia che è stata inserita nel volume Scatti diVini, edito in occasione della mostra che raccoglieva le immagini scattate per l'omonimo concorso fotografico nazionale, svoltasi a Palazzo Medici Ricciardi di Firenze, nel 2006. La fotografia rappresenta per lui il mezzo con il quale cogliere i soggetti e gli spunti figurativi che saranno alla base delle sue opere, come testimoniano le personali svoltesi a Crema: Civiltà urbane, nel 2006, e La Crème e dintorni, a cura di Elsa Gipponi, nel 2008, dove espone scorci di Crema e dei suoi abitanti in movimento trasposte su iuta.
Tutto questo senza abbandonare il suo inesausto reinventarsi in nuove pratiche artistiche, ribadito anche dall'auto-affermazione che sembra evocare la pronuncia del suo nome d'arte: “Max Bi: essere Max, ovvero, essere me stesso, quindi esprimermi”, in una costante metamorfosi materica e linguistica. Nel 2006, infatti, per la mostra personale Umanità e post-Umanità, realizzata nel contesto della splendida architettura medievale della Torre Civica di Solferino (Mn), in occasione della ricorrenza dei 150 anni dalla fondazione della Croce Rossa, l'artista presenta, non solo un affresco su iuta con il noto simbolo di questo ente, ricoperto di scritte, ma anche una scomposizione, minimal e concettuale allo stesso tempo, in cubi luminosi delle lettere della parola “umanità”, il primo dei sette principi costituitivi adottati alla XX Conferenza Internazionale della Croce Rossa a Vienna nel 1965, oltre alla disseminazione della figura di Henry Dunant, il fondatore, nei suoi affreschi su iuta, memori di alcune opere di Giulio Paolini. Ogni anno, in occasione della Giornata Mondiale della Croce Rossa, viene esposto sulla facciata della Torre Civica di Solferino, come stendardo, un grande affresco su iuta che raffigura Henry Dunant. L'artista ha, inoltre, donato al Museo della Croce Rossa di Castiglione delle Stiviere (Mn) l'affresco su iuta dal titolo Cool Bibi, raffigurante una bambina esposta alle radiazioni, tuttora esposto in modo permanente.
Nel periodo compreso tra il 2006 e il 2008, le opere realizzate con la tecnica dell'affresco su iuta sono state esposte in occasione di mostre personali e collettive a livello nazionale, come il Premio Internazionale Arte Ingenua 2008, al Castello di Brescia, oltre che a Crema e a Milano, e internazionale, come la mostra Italian News alla The Chiar Gallery di SoHo, a New York, dove espone alcuni ritratti in stile pop, tra i quali quello di Pasolini. I suoi affreschi su iuta gli hanno fruttato numerosi riconoscimenti: nel 2006, è stato tra i vincitori del premio Homo Urbanus, indetto dalla Facoltà di Architettura di Palermo, oltre che finalista del del Premio Sabaudia, del Premio Celeste San Gimignano (Si) e del concorso Silent Art Movies di Aosta, per la realizzazione di un manifesto per il festival del cinema muto, con l’opera La diva del muto, del Concorso Regionale Biennale di Pittura “Emilio Rizzi”, promosso dall'Associazione Aref di Brescia e del Premio di Pittura “Carlo Dalla Zorza”. In particolare, le opere incentrate sulla corsa dei bolidi partecipanti alla Mille Miglia sono state esposte in occasione delle collettive dedicate alla storica gara automobilistica, organizzate dalla galleria Colossi Arte Contemporanea di Brescia: Automobile-Autonobile, nel 2008, e nel 2010, e Mille Miglia...d'Arte, svoltasi presso la Sala dell'Affresco del Museo Santa Giulia di Brescia, nel 2009; nello stesso anno, l’artista espone un cemento, sul quale è impressa l’impronta del primo uomo a camminare sulla luna, Neil Armstrong, in occasione della mostra svoltasi negli spazi espositivi della stessa galleria per celebrare la ricorrenza dei quarant'anni dallo sbarco sulla luna con la mostra LUNA e l'altra. The art side of the moon. Nel 2010, due Marilyn, realizzate con la tecnica dell'affresco su sacco di iuta, vengono esposte in occasione della mostra Marilyn Monroe. Arte della bellezza, a cura di Carlo Occhipinti, presso Villa Ponti, ad Arona (No) e, nel 2011, della bipersonale Pop stars, con Olindo Bottura, presso la Sala dei Santi Filippo e Giacomo di Brescia, accompagnate da altri ritratti su iuta di icone dello star-system. In questa occasione, seguendo il suo instancabile impulso alla sperimentazione, presenta un'installazione audio-video quasi cinematografica, Popper, che ci mostra come sia labile il regno di questi miti, destinati ad un rapido dileguarsi, consumati dal tempo, corrosi come le immagini delle sue periferie urbane sui dislivelli della iuta: un susseguirsi incalzante di immagini colte dal mondo della televisione, montate come una sequenza di frames, viene reso sempre più psichedelico dall'accompagnamento di una musica dal ritmo ancora più accelerato dei battiti cardiaci.
Se la pratica dello strappo ricorda il décollage di Rotella, quella dell’affresco ci riporta ai primordi dell’umanità, come se l’artista volesse “impoverire i segni” per tornare a forme archetipiche della cultura, come sostiene Germano Celant parlando dell'Arte Povera.
Anche nelle ultime opere di Max Bi, si ritrova un denso panorama di simboli archetipici tratti dalla cultura underground che vanno a definire un panorama urbano “sotterraneo”, ricco di allusioni iconografiche al graffitismo anni '80 e alla street art: in questo urban background, si stagliano animali definiti in modo fumettistico da cromie sgargianti e acide, tratti grafici sfrangiati e nervosi che, da sempre, sostituendosi all’intreccio di marcate linee nere sugli affreschi su iuta e sulle tele, in un’inesausta ansia di sperimentazione di nuovi linguaggi artistici, caratterizzano il suo modus operandi e il suo carattere irriverente, volto a corrodere abitudini e conformismi semantici.
L’andamento ondulato, che chiude e dischiude le forme, delle linee nere sulle ultime tele rappresenta la stilizzazione degli agglomerati di marcati segni neri che, fin dagli inizi, hanno caratterizzato le sue opere, memori dell’espressionismo astratto, per arrivare agli affreschi su iuta degli anni 2000 che raffigurano intrecci di binari e tralicci dell’alta tensione.
Tramite il rituale catartico del processo di piegatura a caldo delle sbarre di ferro, con la stessa voluttà con la quale lavorava la terracotta, Max Bi flette questo materiale della modernità tecnologica in virtuosistiche contorsioni nello spazio: esse sono la trasposizione plastica di quelle definite dai tratti neri sulle tele.

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