Sandi Renko

(Trieste, 1949)
Imbrigliare la ricerca artistica di Sandi Renko all'interno della definizione di "arte cinetica e programmata" è un'operazione troppo semplicistica: anche se, scandendo sapientemente, come in una danza, il colore acrilico con linee verticali all'interno delle sfaccettature tridimensionali dall'andamento concavo e convesso del canneté, riesce a creare un'instabilità percettiva, data dai mutamenti strutturali e compositivi che variano incessantemente a seconda del punto di vista, non tutto si risolve in questo dinamismo; infatti, le costruzioni spaziali volumetriche che attraversano come onde l'intera superficie dell'opera, assumendo sempre nuove configurazioni geometriche, sono modulate e delimitate nello spazio da una molteplicità di variabili luministiche, alle quali viene affidata la loro subitanea apparizione all'interno di uno spazio scandito dall'incessante evolversi del rovesciamento in profondità della forma primaria del cubo di Necker, il romboide trasparente, tanto caro alla Gestalt, quanto “ossessione” e “mania” dell'artista. Il cubo è il suo modulo costruttivo fin da quella prima scenografia tridimensionale progettata nel 1967 (Scena), caratterizzata da un addensamento di cubi che sfondano lo spazio, una struttura che ritroveremo anche nei fogli ondulati di policarbonato trasparente dove la luce di dispende, prorogandosi in indefiniti riflessi.
 

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Anche lo spazio della rappresentazione, nelle sue opere, è scandito dalle infinite possibilità di espansione di questo solido e il palesarsi al suo interno, come lampi luminosi, di architetture bidimensionali lineari è resa possibile da una studiata scansione verticale del colore in contrappunti di linee tra i microrilievi del canneté, un colore steso in modo cosciente, seguendo motivazioni sempre correlate “alle vibrazioni e alle sensazioni che vuole esprimere”, consapevole degli effetti di mutevolezza percettiva che seguiranno gli spostamenti dell'osservatore. Sandi Renko, come gli amici di Verifica 8+1 (1978-2008), con i quali ha esposto in occasione della 57° Biennale alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, segue una linea analitica di ricerca strutturale nell'arte, neo-costruttivista, che riduce il colore e le forme ad elementi essenziali del lessico visivo, strutturate all'interno di un supporto che stabilizza una porzione della sua esplorazione visiva dello spazio attraverso l'evoluzione delle forme geometriche elementari, alle sfaccettature del canneté dipinto verticalmente; ma non solo, forte in lui è l'influsso dell'arte cinetica e programmata nello studio attento della psicologia della forma (Gestalt) e della percezione visiva. Non a caso, quando era studente all'Istituto d'Arte Nordio a Trieste, nel decennio tra gli anni '60 e '70, milita nei gruppi d'avanguardia che guardano alle nuove tendenze estetiche, come l'Arte Programmata, seguendo i corsi di Enzo Cogno e Miela Reina, membri del gruppo Raccordosei che operava nel centro Arte Viva, presso la libreria Feltrinelli di Trieste, frequentata da designer e cinetici come Alviani, Mari e Munari e vero centro della contestazione.

Sandi Renko, dunque, si avvicina al dinamismo ottico, grazie anche alla conoscenza negli anni '70, quando ormai il Gruppo N si era sciolto, di colui che ne è stato il fautore, Alberto Biasi, più che come una meta da raggiungere, come uno strumento di indagine esistenziale, dove la mutevolezza percettiva diventa il mezzo per sondare la realtà delle cose tramite una rigorosa impostazione strutturale dello spazio che proviene dalla sua propensione alla progettazione, derivata dalla sua esperienza di designer negli anni '70, e poi trasferita in ambito artistico, dove questa fase coincide con la concretizzazione finale dell'opera, in una fusione tra arte e vita, funzionalità ed estetica, secondo dettami che furono già del Bauhaus.
Nasce così la solida impostazione strutturale delle griglie geometriche modulari, i suoi reticolati di nastri che svolgono nello spazio le facce del cubo come strutture dall'andamento lineare, definite dei ritmi di ribaltamento, sprofondamento delle linee che costituiscono le facce del cubo, modulo strutturale primario di elaborazione e di costruzione delle forme, in un'evoluzione infinita che riflette quella delle strutture naturali. La geometria si trasforma in prezioso elemento espansivo di esplorazione della natura, offrendo all'uomo la possibilità di studiarne le forme per ricostruirne la loro struttura interna, come faceva Renko quando, da ragazzo, studiava la struttura degli oggetti con una camera oscura, quando progettare era diventato un metodo per indagare la realtà. Questa parvenza tridimensionale dei suoi lavori si dissolve poi in scie di elaborate architetture bidimensionali delineate dalle linee che delimitano i cubi che nascono dalla modulazione luministica del colore, scandito in linee verticali nelle pieghe del canneté. L'origine di questa dinamica si ritrova nell'opera Intreccio, del 1968, dove la tensione che assembla il solido composto da una pluralità di cubi di cartoncino bianco, concatenati dalle strisce di cui sono costituiti (Scena, 1968), lo fa esplodere, facendo fuoriuscire le strisce di cui è composto.
Nasce da questa forma in perenne diffusione la progettazione dei reticolati geometrici che si espandono nello spazio, dove l'espansione illimitata di solidi geometrici come il cubo, fattore in continua variazione e sviluppo, diventa non solo uno strumento gnoseologico, ma anche inventivo, aprendosi alla dimensione artistica: l'artista reinventa le regole della composizione, focalizzandosi su una forma estrapolata dallo svolgimento della griglia tramite la sovrapposizione di una maschera e corrispondente alla superficie dell'opera che va nascendo. Talvolta il cubo si stonda, creando forme tondeggianti in libera evoluzione nello spazio (Ritondi), derivanti sempre dalla matrice del cubo. Essa arriva a superare, nelle opere della serie Sider, l'elemento della quadratura del cubo che viene destrutturato e sagomato muovendo la maschera per creare poligoni che si aprono verso l'esterno, rompendo gli equilibri e le proporzioni esatte delle forme geometriche primarie del triangolo, del cerchio e del quadrato, fondamento della ricerca dell'artista. Renko era partito, infatti, studiando la loro iscrizione in una forma nella quale si compenetrano in modo esatto, come nell'opera Certriqua (2006), quando ancora la danza delle sfumature cromatiche si focalizzava sul contrasto tra nero e bianco. Una costruzione che ricorda quella del famoso disegno leonardesco dell'uomo vitruviano, dove le proporzioni ideali del corpo umano vengono armoniosamente inscritte nelle forme perfette del cerchio, metafora del cielo in quanto perfezione divina, e del quadrato, simbolo della Terra. Non è un caso che la ricerca di Sandi Renko sia partita da questi presupposti: Leonardo pensava all'esattezza matematico-scientifica della pittura come strumento di conoscenza della realtà fenomenica, esattamente come l'artista guarda alla strutturazione geometrica dei suoi cubi, alle sue griglie che sfondano le superfici sfrangiandosi in elementi lineari definiti dalle variabili luministiche del colore, sfaccettato nelle volumetrie del cannetè e sulla bilateralità dei cubi, come sui crinali delle montagne che Renko ama tanto osservare ed esplorare, essendo triestino, oppure come le onde del mare; non a caso ha attraversato l'Oceano Atlantico nel 1999 a bordo della barca a vela Mica I°.
Sandi Renko ha partecipato a numerose esposizioni a livello nazionale e internazionale a partire dagli anni '60: ha esposto in Germania, al Centro Verifica 8+1 di Venezia, al Museo Nazionale di Villa Pisani di Stra (Ve), ai Giardini del Castello di Este (Ve), in Slovenia, in Austria, a New York ed è presente alle principali rassegne di arte moderna e contemporanea come Artefiera Bologna e Art Verona.
(Guendalina Belli)

Opere